“Le recenti tensioni e gli sviluppi nello Stretto di Hormuz, in un contesto già caratterizzato da elevata volatilità geopolitica e forte incertezza nel breve termine, riportano al centro il tema della vulnerabilità delle principali rotte commerciali globali. Tra i settori più esposti figurano le filiere pharma e tecnologiche, fortemente dipendenti da snodi logistici strategici e quindi particolarmente sensibili a eventuali interruzioni o rallentamenti dei flussi”.
Le valutazioni di Stefania Pesatori, Senior underwriter settore farmaceutico e sperimentazioni cliniche di QBE Italia, mettono in evidenza come le tensioni internazionali non possano non avere ripercussioni su un comparto, quello farmaceutico, fortemente dipendente dai commerci con l’Estremo Oriente. Al momento è difficile quantificare le conseguenze sulla filiera, mentre “in un orizzonte di circa sei mesi sarà possibile disporre di dati più solidi per valutare gli effetti reali sul comparto, verosimilmente riconducibili a rallentamenti produttivi e pressioni al rialzo sui prezzi. Nel breve termine, infatti, lo scenario resta dominato da ipotesi legate a possibili ritardi nelle forniture”. Il quadro si inserisce in una tendenza strutturale: il settore farmaceutico europeo dipende sempre più da fornitori esterni per materie prime e componenti intermedi, in particolare per i principi attivi, e circa il 70% dei farmaci dispensati in Europa è costituito da generici prodotti fuori dall’Unione. Da qui il ritorno del tema del reshoring, cioè il rientro delle produzioni in Europa, un processo complesso e difficilmente realizzabile nel breve periodo.
Rimanendo sull’emergenza attuale, la chiusura – anche parziale – dello Stretto di Hormuz non impatterebbe solo i traffici energetici, ma anche la filiera farmaceutica. “Eventuali rallentamenti lungo rotte strategiche come Hormuz possono incidere su tre dimensioni chiave: interruzioni della supply chain, aumento dei costi operativi e deterioramento della qualità del credito per le imprese più esposte. Per il settore farmaceutico, la continuità della supply chain rappresenta l’elemento più critico. Se da un lato l’aumento dei costi energetici si riflette trasversalmente su tutti settori, dall’altro ritardi nella disponibilità di materie prime e componenti intermedi possono rallentare o interrompere l’attività produttiva”. È pur vero che “in presenza di shock logistici o geopolitici, la filiera farmaceutica attiva meccanismi di risposta operativa per contenere gli impatti, intervenendo sugli approvvigionamenti attraverso fornitori alternativi e piani di backup logistici e gestionali. Si tratta tuttavia di soluzioni di breve periodo: la sostituibilità dei fornitori è limitata da vincoli regolatori, requisiti qualitativi e tempi di validazione, rendendo difficile sostenere la produzione nel lungo termine senza effetti sulla capacità produttiva e sulla profittabilità”. In questo scenario, il percorso europeo del Critical Medicines Act assume un ruolo sempre più strategico per rafforzare la resilienza della filiera e ridurre le dipendenze esterne.
La Redazione
Source: FARMACISTA33