COVID-19 in Lombardia: Analisi del Prof. Fabrizio Gianfrate

Come mai la probabilità di morire di COVID-19 è molto più elevato in Lombardia rispetto a quella di qualsiasi altra regione europea? Il Professor Fabrizio Gianfrate, docente di Economia Sanitaria dell’Università di Ferrara ha provato a rispondere a questa domanda attraverso un suo contributo scritto pubblicato su Quotidiano Sanità.

La mortalità da Covid, al 5 aprile, è in Lombardia di 89 decessi x 100.000 abitanti, Madrid 75,4; NYC 26,2; nel resto d’Italia 13,9; Fr. 11,3; Uk 7,4; Germ. 1,7. In sintesi: ad oggi un abitante della Lombardia ha almeno 52 volte più probabilità di morire di Covid di un tedesco. Un Madrileno 44, un Newyorkese 15, la stessa di un Italiano in altre Regioni.

Il Professor Gianfrate sottolinea che nelle aree a maggiore mortalità i decessi “reali” potrebbero essere molti di più di quelli ufficiali, nonostante in queste stesse aree ci sono ospedali ed operatori fino ad oggi considerati il massimo dell’eccellenza, della competenza, organizzazione e tecnologia in ambito sanitario.

Inoltre, il Professor Gianfrate rileva che potrebbe esserci un bias nell’attribuzione delle cause di morte tra Paesi diversi, ma tale fattore non dovrebbe essere così determinante tra le Regioni italiane, dove comunque la mortalità tra esse differisce di molto.

Ma la mortalità record in Lombardia non si allinea con la sua morbilità, in cui i casi x 100.000 abitanti, sono più elevati a NYC e Madrid dove la mortalità è inferiore: in Lombardia ci si ammala di meno che a NYC o Madrid ma si muore di più.

Appare essere probabile che anche la morbilità lombarda sia errata perché i contagiati reali sono molti di più di quelli ufficiali: da alcune stime i contagiati reali in Lombardia dovrebbero essere il triplo.

Proprio il numero record di contagiati esploso in pochi giorni è stata la causa prima del sovraccarico oltre il limite di ospedali e rianimazioni, tanto da limitarne rapidamente l’efficacia e aumentando così i tassi di letalità e mortalità. Inoltre, tale situazione è stata decisamente accentuata dalla mancanza di presidi territoriali capaci di fare da filtro. Ciò ha avuto come conseguenza il ricorso massivo ai pronto soccorso che, insieme alle conseguenti degenze, ha trasformato gli ospedali, in particolare quelli piccoli e medio piccoli (anomalia italiana finora poco analizzata ma forse rilevante in merito) paradossalmente in micidiali vettori di diffusione, portando l’R0, l’indice di riproduzione, in doppia cifra.

La pandemia andava invece combattuta prima di arrivare a intasare ospedali e rianimazioni in una battaglia al limite dell’impossibile, agendo sul territorio in prevenzione. Naturalmente è facile disquisire col senno di poi. Il punto è che oggi i più avanzati sistemi sanitari sono basati sull'archetipo del modello di assistenza focalizzato su cure ospedaliere e acute ("Patient Centered"), invece nell’algoritmo prevenzione, diagnosi, cura, riabilitazione serve rivedere i rispettivi pesi specifici, con più prevenzione e territorio (il modello "Community Centered") su cui pianificare, disegnare e gestire la sanità in modo integrato.

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Dino Biselli

Source: Quotidianosanita.it